È morto Carlo Petrini, l’uomo che ha cambiato la lingua del cibo italiano
È morto nella tarda serata di giovedì 21 maggio 2026, nella sua casa di Bra, in provincia di Cuneo. Aveva 76 anni. Lo chiamavano tutti Carlin. La notizia è stata data nelle ore successive da Slow Food, l’associazione internazionale che lui stesso aveva fondato quasi quarant’anni prima e che oggi conta comunità e soci in oltre 160 Paesi nel mondo.
Per il food italiano contemporaneo, e in larga parte per il food mondiale, la perdita di Carlo Petrini ha una grandezza difficile da circoscrivere. Provarci, oggi, è un dovere.
Un’intuizione del 1986 che ha cambiato il mondo
Nel luglio del 1986, mentre l’Italia si preparava ad accogliere la prima ondata della globalizzazione del fast food, Carlo Petrini fondava a Bra l’Arcigola, l’antenata immediata di quella che, tre anni dopo, sarebbe diventata Slow Food. Il 9 dicembre 1989, a Parigi, al teatro Opéra Comique, il Manifesto Slow Food veniva firmato da oltre venti delegazioni provenienti da tutto il mondo. Petrini ne diventava presidente, carica che avrebbe ricoperto fino al 2022.
Da quell’intuizione — il diritto al piacere del cibo, la difesa della biodiversità, la dignità dei piccoli produttori — sono nati negli anni a venire alcuni dei più importanti progetti culturali del food contemporaneo: il Salone del Gusto, Cheese, la rete Terra Madre (2004), l’Università degli Studi di Scienze Gastronomiche di Pollenzo, sempre nel 2004, prima istituzione accademica al mondo a offrire un approccio interdisciplinare agli studi sul cibo. Più recentemente, nel 2017, le Comunità Laudato Sì, ispirate all’enciclica di Papa Francesco — di cui Petrini era amico personale, come lo era anche di Re Carlo III.
Il riconoscimento internazionale è arrivato presto, e ininterrottamente. La rivista Time lo ha nominato European Hero nel 2004. Nel gennaio 2008 il quotidiano britannico The Guardian lo ha incluso, unico italiano, nella lista delle cinquanta persone che potrebbero salvare il pianeta. Nel 2013 il Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente gli ha assegnato il premio Champion of the Earth. Nel 2016 la FAO lo ha nominato Ambasciatore Speciale per il programma Fame Zero in Europa. Nel 2019, Papa Francesco lo ha invitato come laico al Sinodo dedicato all’Amazzonia in Vaticano.
Eppure non si era mai mosso da Bra. È nella casa di Bra che ha vissuto, lavorato, e lì se ne è andato.
Aveva capito quarant’anni prima di tutti
La grandezza di Petrini è stata quella di avere capito, quarant’anni prima del consenso comune, alcune cose che oggi diamo per scontate. Che difendere il piacere del cibo non era nostalgia, era politica. Che la qualità non era un lusso, era un diritto. Che il piccolo produttore non era folclore da fiera di paese, era il futuro economico e culturale di un Paese e di un pianeta. Che il cibo, lontano dall’essere una questione privata, era — ed è — il più importante atto politico quotidiano che ogni essere umano compie tre volte al giorno.
La lingua con cui oggi parliamo di filiera corta, di biodiversità, di Presìdi, di km zero, di cibo «buono, pulito e giusto», di sovranità alimentare — è una lingua che ha inventato lui. Termini che oggi sono entrati nel marketing, nella GDO, nelle insegne dei supermercati, nei comunicati istituzionali, sono stati per anni soltanto la sua battaglia personale, spesso solitaria, contro un’industria agroalimentare che li considerava romanticismi inutili.
«Chi semina utopia, raccoglie realtà».
(Carlo Petrini)
Era questa la frase con cui sintetizzava la propria vita. Ed è esattamente quello che ha fatto.
Cosa lascia, davvero, al food italiano
È difficile, oggi, immaginare un food italiano contemporaneo senza Carlo Petrini. Senza Slow Food non avremmo i Presìdi, una buona metà dei piccoli produttori difesi e valorizzati che oggi vediamo sugli scaffali delle gastronomie, le narrazioni di filiera che chi fa branding nel cibo usa ogni giorno come materiale di lavoro. Senza Pollenzo non avremmo una generazione di gastronomi, manager, comunicatori, ricercatori formati in modo interdisciplinare sul cibo, in un Paese che fino al 2004 considerava le «scienze gastronomiche» un ossimoro accademico. Senza Terra Madre non avremmo una rete internazionale di comunità contadine, pastori, pescatori, artigiani, cuochi che si riconoscono come parte di una sola conversazione globale.
E senza la lingua che Petrini ha costruito — senza quel lessico, quei valori, quella postura intellettuale — probabilmente non esisterebbe neppure una redazione come la nostra. Umami, e con essa molte voci giovani che oggi si occupano di cibo come materia culturale e civile, deve all’opera quarantennale di Carlin un debito che può essere solo riconosciuto: dichiararlo è il minimo.
Ci sono persone che cambiano il loro settore. Pochissime cambiano la lingua con cui un’intera nazione parla del proprio cibo. Carlo Petrini era una di queste. Da Bra, senza mai spostarsi, ha cambiato il mondo.
Grazie, Carlin.
Fonti
- Slow Food, comunicato ufficiale del 22 maggio 2026.
- ANSA, AGI, Corriere della Sera, Il Fatto Quotidiano, Today, copertura della scomparsa di Carlo Petrini, 22 maggio 2026.
- UNEP, comunicato del premio Champion of the Earth 2013.
- FAO, comunicato della nomina ad Ambasciatore Speciale del programma Fame Zero, 2016.
- The Guardian, 50 people who could save the planet, gennaio 2008.
- Time, European Heroes 2004.
