Mattia Maestri, morto dopo nove anni: la Procura indaga per omicidio colposo. E la legge sulle etichette è ancora ferma in Senato

Il caso Mattia Maestri e la legge sui formaggi a latte crudo ferma da due anni in Senato.

Mattia Maestri aveva quattro anni quando ha mangiato un pezzo di formaggio. Ne aveva tredici quando è morto, il 2 agosto, dopo nove anni di stato vegetativo e 47 farmaci al giorno.

In mezzo: un batterio — Escherichia coli produttore di Shiga-tossina — arrivato da un formaggio a latte crudo lavorato in un caseificio del Trentino. Una sindrome emolitico-uremica, la malattia rara che spacca i globuli rossi e spegne i reni. Una sentenza della Cassazione che ha reso definitive le condanne per lesioni colpose di due responsabili del caseificio. E un padre che da nove anni chiede una cosa sola.

Non chiede di vietare il latte crudo. Chiede un’etichetta.

Ora è un fascicolo per omicidio colposo

Dopo la morte, la storia giudiziaria si è riaperta. La Procura di Trento ha aperto un fascicolo per omicidio colposo: il pubblico ministero Giorgio Bocciarelli ha disposto l’autopsia, eseguita il 7 agosto, e bloccato la sepoltura in attesa degli esami. Nel registro degli indagati risultano l’ex presidente del caseificio di Coredo e il casaro presso cui fu acquistato il formaggio — gli stessi già condannati in via definitiva per lesioni gravissime. I legali della famiglia hanno confermato che presenteranno denuncia per omicidio colposo chiedendo l’aggravante della colpa cosciente.

Era una scelta annunciata. “Quando il mio Mattia non ci sarà più, chiederemo di procedere per omicidio colposo”, aveva detto il padre già un anno fa.

I fatti, in ordine

2017: Mattia consuma un formaggio a latte crudo contaminato. La contaminazione, accerteranno i processi, nasce da carenze igienico-sanitarie del caseificio — non dal latte crudo in quanto tale, ma da come è stato trattato.

I gradi di giudizio confermano il nesso di causa. Le condanne diventano irrevocabili.

Nel frattempo Giovanni Battista Maestri fonda un’associazione di consumatori, scrive un libro presentato in Senato, e sostiene una proposta di legge precisa. Ha un numero: Ddl 1205, “Disposizioni concernenti l’etichettatura di alimenti e prodotti contenenti latte crudo”, primo firmatario il senatore Lorenzo Basso. Prevede l’obbligo di riportare in etichetta, in modo chiaramente visibile e leggibile, un’avvertenza sul rischio per i bambini sotto i dieci anni sui formaggi a latte crudo freschi o di media stagionatura.

Depositato il 30 luglio 2024. Assegnato alle commissioni il 13 novembre 2024. Mai arrivato al voto.

Cosa dice già la legge, e cosa non dice

Oggi la norma impone di dichiarare la presenza di latte crudo. Una dicitura, non un’avvertenza. “Prodotto con latte crudo” scritto da qualche parte non è “sconsigliato ai bambini piccoli” scritto dove si vede.

Eppure il rischio ha una misura precisa. Secondo i dati dell’agenzia sanitaria francese ANSES, tra 0 e 5 anni il rischio di sindrome emolitico-uremica è 110 volte quello di un adulto. Per questo in Francia le autorità sanitarie sconsigliano i formaggi a latte crudo ai bambini sotto i 5 anni — escluse le paste pressate cotte, come Comté o Gruyère, dove la cottura della cagliata abbatte il rischio. In Italia, dopo la morte di Mattia, un’avvertenza esplicita l’ha invocata anche l’infettivologo Matteo Bassetti.

Non è un’informazione esoterica. È un’informazione che nel 2017 un genitore in un negozio non aveva.

Il falso conflitto

Ogni volta che questa legge si muove, si alza lo stesso muro: “attacco alla tradizione”. Ed è qui che il dibattito diventa truccato.

Il latte crudo non è il nemico. Migliaia di produttori lo lavorano con rigore, catene del freddo serie, autocontrolli veri — ed è da lì che nascono alcuni dei formaggi più importanti di questo Paese. Nessuna etichetta cancella questo.

Ma “tradizione” non è uno scudo penale. Nel caso di Coredo, la parola tradizione ha convissuto con carenze igieniche accertate in tre gradi di giudizio. E un’avvertenza in etichetta non toglie niente a chi produce bene: dice solo, a chi compra, per chi quel prodotto non è adatto.

E chi si è opposto, finora, non erano i casari. Lo ha raccontato lo stesso senatore Basso: la resistenza è arrivata da una parte della catena distributiva, preoccupata che l’avvertenza facesse calare le vendite — anche se, dove l’informazione è comparsa in etichetta, un calo significativo non si è visto.

Chi produce con rigore non ha nulla da temere da un’etichetta. Chi la teme, sta difendendo qualcos’altro. E adesso sappiamo anche cosa: un margine.

La domanda che resta

Un’etichetta non ha mai fatto chiudere un caseificio serio. Un’etichetta non ha mai ucciso nessuno.

La sua assenza, almeno una volta, sì.

La proposta di legge è lì. Da due anni. Ora c’è anche un fascicolo per omicidio colposo, aperto dallo stesso Stato che quella legge non ha mai votato. Il tempo del cordoglio, hanno detto in Parlamento, non è quello delle polemiche. Giusto. Ma il tempo delle etichette era il 2017.


Fonti: Ddl 1205 Senato (sen. L. Basso, dep. 30/07/2024) e dossier Camera AS0285; ANSA (5/8/2026) sul fascicolo per omicidio colposo e l’autopsia; TrentoToday e LaPresse sulla denuncia con aggravante della colpa cosciente; dati ANSES sul sovra-rischio SEU 0-5 anni (via Assemblée Nationale); raccomandazioni autorità sanitarie francesi (ANSES/HCSP); Il Fatto Quotidiano, AGI, DIRE, Il Salvagente, Ruminantia, Alimentando (intervista Basso), agosto 2026.

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